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Pillole di Agenda 2030

Obiettivo 8: lavoro dignitoso e crescita economica

Mirko, laureato in lingue da un paio di anni, si barcamena tra una esperienza lavorativa e un’altra nei settori più disparati: vendite on line, negozi di abbigliamento, piccoli servizi di traduzioni, brevi sostituzioni nelle scuole, assistenza clienti, lezioni private. Alcuni lavori sono interessanti, dice, belle esperienze, ma durano poco e lasciano un senso di dispersione enorme: tante energie per imparare cose nuove e poi tutto è da buttare, perché si inizia da un’altra parte. I primi lavori sono così, succede, ma la situazione va avanti da troppo tempo.

Quando chiedo a Mirko cosa vorrebbe fare lui è portato a dire non lo so, forse quello che voglio fare ancora non l’ho trovato. Come se fosse da qualche parte nascosto fra quelle mille proposte brevi che ha incontrato fino ad ora. E se persevera, alla fine, verrà quello giusto. In sottofondo però un senso di inadeguatezza, una voce che insinua un sospetto, quello di aver qualcosa di sbagliato, di non fare la cosa giusta, di essere diverso dagli altri, che tirato alla lunga si trasforma in un durissimo e pericoloso non sono capace, non ce la farò mai.

Lavorando, grazie al supporto di strumenti efficaci che aiutano a ragionare, emerge subito qualcosa di interessante: i lavori fatti fino a qui hanno in comune caratteristiche sulle quali si rivela necessario soffermarsi. Già perché bastano pochi passaggi per scoprire che quei lavori non erano decenti. Proprio come quelli di cui parliamo nelle giornate formative, quelli dell’Obiettivo 8 dell’Agenda 2030, di cui saprei dire mille cose ma quasi stentavo a riconoscerli.

Scopriamo infatti che solo occasionalmente Mirko ha ricevuto il compenso per i lavori fatti, che ha lavorato per oltre 10 ore al giorno, che gli facevano male le ginocchia, che faceva freddo, che il titolare gridava addosso, che non si facevano pause, che i patti cambiavano giorno per giorno. Vista da qui, nero su bianco, la situazione è diversa. Mirko dice, caspita, è vero. Però sai, è pieno di persone che ci stanno e tu vedi tutti quei ragazzi disponibili a stare a quelle condizioni e pensi che sia quello il modo e che se a tutti va bene, deve andare bene anche a te. Una cosa mi ha fatto male più di altre, quando ho provato a dire qualcosa è stato sentirmi dire ma tu, chi credi di essere? È stata dura.

Esperienze ripetute di questa portata minano il senso di efficacia, la fiducia, e più in generale la speranza che nutriamo nel futuro, anche di poter aspirare a qualcosa di meglio per sé. E non finiscono con la giovane età, a volte le incontriamo anche a carriera avanzata.

C’è una normalità, mi ha insegnato il mio più caro insegnante, cui ognuno di noi fa riferimento, nel linguaggio, negli atteggiamenti. Ed è soggettiva. E quando qualcosa si distanzia da quella nostra normalità che le avvertiamo come strane, perché non seguono la nostra regola. Mirko, in verità, possiede una capacità preziosa: quella di voler proteggere quella normalità, che gli fa leggere l’indecenza di alcune condizioni come qualcosa da cui prendere le distanze.

 

Daniela Rosas e Gloria Ferrero